A Jenga con la Juve

A Jenga con la Juve

Lo scrivo oggi, domenica 28 febbraio 2021. Ultima domenica e ultimo giorno di questo strano mese monco. Ultima volta in cui ho creduto che la Juventus in questa stagione avrebbe potuto ancora raccogliere qualcosa di buono. Siamo solo a febbraio e tecnicamente per fare funerali sarebbe presto, ma questa volta non lo è. Non lo è perché se anche da questo preciso momento in poi le cose cominciassero ad andare a meraviglia, e io non credo sia possibile, i danni prodotti a tutti i livelli sono comunque ormai irreversibili.

Dopo la partita Verona-Juventus ho scritto un tweet: “È triste constatare la Juvetta di oggi, dopo un ciclo unico e irripetibile. Che dovesse prima o poi finire era prevedibile, ma non che la causa fosse un auto-sabotaggio perpetrato con tale dovizia“.

Perché alla fine è arrivata, la fine del ciclo. Qualcosa che tutti ci aspettavamo prima o poi, ma il modo in cui questa fine si consuma influisce molto sui sentimenti che provoca. Avrei accettato, sportivamente, di perdere sovrastato da un avversario superiore. Di lottare colpo su colpo finché il turno di un altro avesse messo fine alla nostra invulnerabilità. Perché anche se sei Achille, prima poi un Paride che ti centra in pieno il tallone con un dardo da 50 metri, lo trovi. E va bene così.

Ma io ho visto questa Juve sabotarsi da sola. L’ho vista morire per mano di chi avrebbe invece dovuto prendersene cura. L’ho vista smontare e fare a pezzi, un pezzo per volta, con dedizione e precisione maniacali. È inutile mettere in fila qui tutte le scelte incomprensibili, di questa dirigenza. Incomprensibili e scellerate, perché quello è stato il range nel quale si sono operate, con poche eccezioni. Si è cominciato da tempo, un passo per volta, come dicevo prima. Un pezzo per volta. Qualcuno ha giocato a Jenga con la Juve. Sì, la Juventus è stata gestita come una partita a Jenga. Togli un mattoncino per volta, cercando di far restare tutto in equilibrio. Fino alla prossima mossa, al prossimo mattoncino sfilato dalla torre. Finché tutto non crolla.

Ma qui finiscono le analogie. Perché nel celebre gioco da tavolo, perde quello che estrae l’ultimo mattoncino, quello che fa cascare la torre. Tutti gli altri che hanno tolto i pezzi prima di lui si salvano. Anzi, di più, vincono! Nel caso della Juve non ci sono vincitori, solo sconfitti. Ma sono sicuro che in ogni caso si cercherà quello con l’ultimo mattoncino in mano, per farla pagare a solo a lui. Agnelli ha interpretato il ruolo del presidente-decisionista, dovrebbe essere il primo a saltare in caso di fallimento. E tutti i suoi sottoposti a cascata.

Ho idea che invece il presidente conserverà il suo posto, e salteranno i sottoposti. Vedremo di che ordine e grado. Con l’augurio che i prossimi sappiano fare il mestiere meglio di questi. Il problema è che per rimettere in sesto questa nuova Juvetta, complice anche la crisi economica, ci vorranno anni. Dubito che il prossimo anno si torni a vincere archiviando questa stagione come una brutta parentesi, perché ciò che ci ha portati qui arriva da molto lontano. E bisognerà guardare lontano anche per uscirne.

Ci volle molta fatica, con un briciolo di follia e un pizzico di fortuna anni fa a iniziare il ciclo. Poi sembrò davvero che i mattoni li stessero mettendo uno sull’altro, e si giunse a una dimensione italiana ed europea davvero importante. Si creò un gap profondissimo con le avversarie in serie A e si assaporò l’Europa come qualcosa di concreto per la prima volta dopo ere geologiche. Questo percorso ebbe un inizio, e poi un apice. Purtroppo l’apice non coincise con la conquista del trofeo che da più manca, ma ci andarono molto vicini, fino a sfiorarlo.

Era a quel punto che chiunque avrebbe compreso che raggiunto il picco, puoi solo iniziare a scendere. Ed è da quel punto in poi che, improvvisamente, il gioco cambiò. Si iniziò a lavorare al contrario di come si sarebbe dovuto. Camuffando. Rattoppando. Nascondendo la polvere sotto il tappeto. Trovando di volta in volta capri espiatori delle presunte colpe. Il broglio funzionò appena un paio di stagioni ancora, in cui andò bene perché lo scudetto giunse comunque a Torino. Ma questo fu più un contro che un pro, perché aiutò chi stava facendo gioco del nascondi & rattoppa.

Aiutò chi stava demolendo il patrimonio sportivo che la Juventus aveva con fatica e merito costruito fino a lì. A non prendersi responsabilità e a sorridere ancora davanti alle telecamere. Ma poi il castello crollò. Era la stagione 2019/2020 e solo una pandemia e un campionato stop-and-go, consegnarono ancora lo scudetto alla Juve. Ma solo perché il suicidio delle avversarie fu inspiegabilmente più perfetto del nostro. E così arriviamo ad oggi, coi resti di una Juventus che non c’è più da tempo. Con la torre di Jenga a cui l’ultimo mattoncino è stato tolto. Con il broglio del rattoppo che non funziona più.

È questo il rammarico più grande. Che la Juventus si sia autodistrutta. Sabotata dall’interno. E questo è innegabile, ancor più vedendo la modestia delle avversarie. C’è qualcuno che auspica addirittura l’uscita agli ottavi dalla Champions. Giusto perché non ci siano più alibi per nascondersi ancora. Perché in molti hanno ancora paura che quel broglio possa continuare. Personalmente ho idea che per ricostruire in tempi di magra, ogni centesimo su cui si potrà contare avrà molto peso, quindi meglio vederli questi quarti di finale. Solo vederli, di più non si può. A chi verrà dopo, toccherà l’ingrato e difficile compito di ricostruire da queste macerie. Non sarà semplice e non sarà breve. Quindi, buona fortuna.