L’anno di transizione

L’anno di transizione

L’espressione anno di transizione suona per ogni tifoso da spauracchio, come la minaccia di chiamare l’uomo nero per i bambini, prima che ci investisse lo tsunami di politicamente corretto e finto buonismo. L’anno di transizione è lo spettro, la calata in avanti delle mani per dichiarare che bisogna mettere in conto di non vincere nulla e digerire il boccone sorridendo. La verità invece è che la transizione è vita, è crescita, è avanzamento, se il percorso è affrontato con preparazione e intelligenza.

Per transizione si intende un cambio di posizione, un movimento dal punto A al punto B. La Juventus ha necessariamente bisogno di transire. È vitale per la società bianconera. Agnelli è il primo a saperlo e ha dimostrato nel tempo di saper capire prima degli altri cosa fare. Bisogna guardarci negli occhi: “Tutti gli dei erano immortali” scriveva Stanislaw Jerzy Lec, e quelli che indossano la gloriosa maglia della Juve non sono da meno. Sono diventati mortali Zoff e Platini, Bettega, Conte, Vialli, Del Piero, Barzagli.

Il tramonto di Chiellini è alle porte, quello di Buffon pure, anche se entrambi cercano di spingere sempre più in là il momento dell’addio come fosse una pallina che il tempo-cane continua a riportargli indietro. La Juve dell’ultimo decennio ha cambiato spesso pelle ma adesso è il momento di cambiare Juventus. Quella squadra non c’è più; aspettarsi ancora qualcosa è come spremere un limone ormai prosciugato che nulla ha più da dare. I know it’s over, canta Morrisey, e dovremmo cantarlo anche noi, brindando a 10 anni irripetibili di successi.

Fissarsi sul concetto di Dna, astratto se applicato al calcio, significa rimanere ancorati al passato e ad un treno che è partito e pure arrivato a destinazione. E poi qual è il Dna della Juve? Quello della difesa di ferro? Quello del dominio in ogni campo attraverso la ricerca del possesso palla alternato a improvvise verticalizzazioni, come ai tempi di Lippi? In questo bisogna avere bene chiara la destinazione del nuovo corso, perché un conto è fare transizione, un altro è andare a casaccio dal punto A al punto boh. In attesa dell’esito della guerra con la Uefa e ad un passo dal non entrare nei primi quattro posti, la Juventus Football Club deve scegliere il percorso.

Per esempio, il meccanismo delle plusvalenze aggiusta il presente ma incasina il futuro, e rende inaccessibili i potenziali talenti che girano in Europa. Perché forse la Fiorentina può accettare un pagamento dilazionato per Chiesa, ma se ti presenti con le stesse richieste a Lione per Aouar per esempio, ti fanno ciao con la mano e chiudono la porta. Il ricambio generazionale è un altro punto delicato: la difesa sarebbe sistemata e si è visto anche di recente. Chiellini è ancora un giocatore di livello, quando sta bene (quando sta bene?), ma non può più essere il fulcro. Tuttavia l’impressione è che sia lui a decidere, a quattro mani con Pirlo, quando giocare e quando stare fuori.

Per Bonucci la situazione, in tono minore, sembra molto simile ma è inevitabilmente un freno. Centrocampo e attacco sono da rifondare e non è coi colpi alla Rabiot/Ramsey (parametri zero sulla carta ma con ingaggi elevatissimi) o Morata che si può andare lontano. Ma è soprattutto in casi come questi come questi che la guida tecnica è fondamentale, perché senza guida non sai dove puoi e vuoi andare, non puoi transire da A a B, e corri l’enorme rischio di fare l’unica cosa che non ti puoi permettere di fare: perdere tempo. Perché il problema non è non vincere, quello è lo sport.

L’anomalia del campionato italiano non è il 2020/21, ma i nove anni precedenti. Perdere si può, ma dipende come perché si può costruire anche arrivando secondi, o terzi o almeno quarti (e molto probabilmente nemmeno quello). D’altra parte si può distruggere, o non costruire anche quando si arriva primi e si vince uno scudetto. Si può restare fermi anche con la coppa in mano appena vinta. Ma senza un allenatore come fai a capire chi è davvero adatto ad un progetto e chi invece non può più vestire la maglia?

Come fai a distinguere quelli il cui rendimento è basso a causa del disordine tattico – un solo dato: 35 formazioni diverse in 35 partite di campionato – da quelli che giocano male semplicemente perché inadeguati? Allora ecco che il problema o il peccato mortale non è tanto viversi un anno di transizione, che fa parte dell’ordine naturale delle cose, ma di sprecare un anno, di buttare via tempo senza costruire nulla, restando allo stesso punto di prima, anzi forse anche arretrando.