Adeus, Cristiano

Adeus, Cristiano

Quando Zidane se ne andò a Madrid ero molto più triste. Più indignato, disperato e inconsolabile per l’addio del giocatore più forte e più elegante del pianeta. Questo era un matrimonio di interesse. Era chiaro fin dall’inizio. Forse l’epilogo poteva essere, quello sì, un po’ più elegante. Ma nessuno si dispera per la fine di un amore che non è mai sbocciato. Resta, è vero, una vaga sensazione di tristezza qualcosa che poteva essere ma non è stato. 

Proveremo più avanti a fare un bilancio sportivo del passaggio di Ronaldo in bianconero. È evidente che con lui se ne va una macchina da gol che sarà molto difficile sostituire. È anche vero che, dati alla mano, la sua produttività in zona gol ha fagocitato quella degli altri più che aumentarla. Nei tre anni in cui CR7 ha guidato l’attacco della Juve, il numero complessivo dei gol è stato inferiore a quello degli anni precedenti. Questo in campionato, dove il numero delle partite giocate rende comparabile il numero dei gol realizzati. Ma anche a guardare la Champions, le statistiche con e senza Ronaldo non variano sensibilmente. Da qui a dire che Ronaldo sia stato irrilevante in questi tre anni, ce ne corre.

Quando se ne andò Zidane la Juve ricostruì la squadra con un’infornata memorabile di campioni. Oggi si parla di Scamacca e Kean. Soprattutto, la Juve pre-Ronaldo, quella in grado di arrivare in finale di Champions e, l’anno successivo, di chiudere il campionato con 86 gol e una differenza reti di + 62 era, salvo miracoli di mercato dell’ultimo minuto, indubitabilmente più forte di quella di oggi. Da questo punto di vista, purtroppo, un bilancio completo si potrà fare solo alla fine di questa stagione: vedremo se e come Allegri saprà ovviare alla mancanza del portoghese.

E qui si deve per forza toccare il tasto dolente della programmazione. Lasciamo perdere per un momento le analisi sul comportamento di Ronaldo e del suo agente, se l’addio precipitoso sia meritevole di comprensione o di biasimo: sono per lo più reazioni emotive che lasciano il tempo che trovano, tanto più che, per l’appunto, non era mai stato, nemmeno nella consapevole finzione teatrale che accompagna ogni trasferimento di giocatore da una squadra al un’altra, un matrimonio d’amore.

Ronaldo non ci ha portato la Champions e a parte poche eccezioni non ci ha regalato nemmeno grandissimi momenti di calcio, questo è un dato di fatto. Ma è altrettanto chiaro che attorno al suo arrivo in bianconero doveva esserci una strategia di crescita che si è sciolta come neve al sole, se mai c’è stata. L’anno scorso si parlava di affiancare Suárez a Ronaldo, quest’anno speriamo di affiancare Raspadori a Morata. Come abbiamo fatto a ridurci così? Certo, il covid. La pandemia è stata una mazzata tragica e imprevedibile, soprattutto per le squadre che come la Juve si erano avventurate in grandi e rischiosi investimenti. 

Contro la sfiga pura e semplice non c’è soluzione. Però la figuraccia del caso Suárez, l’improvvida accelerazione sulla Superlega e la perdita della presidenza dell’Eca, i tre allenatori in tre anni dell’era Ronaldo, con tanto di rivoluzione e controrivoluzione tattica, gli avanti e indietro di Higuaín, Bonucci, Buffon e Morata, il caso di Emre Can e oggi, forse, di McKennie, tutte queste cose messe assieme convergono in un unico quadro in cui sembra regnare tutto tranne che una strategia chiara e, il che è forse anche peggio, un’idea precisa di chi si è, e di chi si vuole essere.