Zoff, con una mano sola

Zoff, con una mano sola

«Ero sempre alla ricerca, da portiere, della semplicità. Non come certi esteti che amano più la foto della parata. Pensi che una volta, all’Olimpico, durante un Inghilterra – Italia mi fecero un tiro che necessitava di un tuffo plastico per prendere la palla. Mi ricordo che, mentre ero in volo, già mi vergognavo».

Ho un ricordo particolare di Dino Zoff. È un ricordo sfocato e nitido al tempo stesso, un ricordo di quando ero piccolo, un ricordo apparentemente insignificante. Non saprei nemmeno dire, ad essere sincero, se lo abbia vissuto allo stadio o davanti a un televisore. Una palla attraversa l’area: forse un tiro un po’ velleitario, forse un passaggio di testa all’indietro, probabilmente un cross. Francamente non ricordo. Zoff esce con un terzo tempo felpato, salta, come privo di peso, e con un gesto quasi da giocatore basket allunga il braccio verso l’altro, apre la manona e il pallone, docile, arresta dolcemente la sua corsa là in aria, nel guantone di quel portiere vestito di grigio. Probabilmente niente di memorabile, un gesto come tanti, ma ricordo che mio padre si girò verso di me mimando quel gesto e mi disse, con tono di rispettosa ammirazione: «Zoff, con una mano sola». Che era come dire: che classe, che nonchalance, che calma olimpica, che superiorità. Ripeto, non ricordo se fosse un gesto ad alto o basso coefficiente di difficoltà ma ancora oggi ho in mente quell’immagine, in effetti proprio un fermo immagine, di Zoff che si libra, al tempo stesso rilassato ma autorevole padrone dell’aria e dell’area. 

È una fotografia mentale che mi restituisce un’immagine di Dino Zoff impercettibilmente diversa da quella, pur vera, del campione taciturno e umile, lontano dai riflettori, poco amante dei gesti ad effetto. È, per quanto trasfigurata dalla memoria, una figurina che, almeno per un istante, un istante rivelatore, lo colloca nella stessa dimensione di olimpica, quasi irridente superiorità di un Michel Platini, nella stessa aria rarefatta dove si librano solo i prescelti dagli dei del calcio. Perché questo è stato Dino Zoff: il miglior portiere del mondo. Uno che, da portiere, poteva contendere il Pallone d’oro a tale Johann Cruijff, un altro caro agli dei. Ho applaudito Stefano Tacconi, ho avuto un debole per Angelo Peruzzi, ho amato e ammirato, e non poteva essere altrimenti, un grande come Gigi Buffon. Ma Dino Zoff resta il mio portiere

Il miglior portiere del mondo a suo tempo e, ancora oggi, uno dei migliori di tutta la storia del calcio. Vincitore con la Juventus di sei scudetti e due Coppe Italia, manca nel suo curriculum la doppietta Coppa delle Coppe e Coppa dei Campioni, vinte dalla Juve appena dopo il suo ritiro, parzialmente compensata dalla prima coppa europea dei bianconeri, la Uefa del 1977 e più che ampiamente dall’Europeo del ’68 e dal mitico Mondiale del 1982, che ci ha consegnato una delle immagini iconiche del nostro calcio: la parata sulla linea sul pericolosissimo colpo di testa di Oscar a pochi minuti dalla fine. Gesto tanto essenziale quanto tecnicamente difficile. Gesto perfetto e decisivo: una respinta avrebbe significato probabilmente un gol e l’eliminazione. 

E poi c’è lo Zoff allenatore, cui sono altrettanto affezionato anche se è uno Zoff minore rispetto al gigante che è stato il portiere. Con una squadra discreta ma non certo stellare riuscì a strappare la Coppa Italia al Milan di Sacchi (chi non si ricorda il gol di Galia?) e a vincere la seconda Coppa Uefa nello stesso anno, conquistando un doblete a suo modo storico, che non gli valse la riconferma a causa dell’infatuazione per il calcio Champagne di Maifredi. Eppure Zoff se ne andò senza fare polemiche, anche se ne avrebbe avuto il diritto. Con altrettanta signorilità lasciò la guida della nazionale, con un gesto molto inusuale in Italia – le dimissioni – dopo le critiche pubbliche di un presidente del consiglio affetto da narcisismo patologico e incontinenza verbale.

Sarò scontato e banale e forse anche antiquato e noioso e retorico ma, a proposito di narcisismo e di manie di protagonismo, nell’era dei selfie, dei tweet, dell’onnipresenza social e più in generale della scomparsa del senso del pudore, quello che ti sconsiglia di condividere i tuoi tatuaggi sulle chiappe o di mostrare il tuo nuovo Rolex all’universo mondo, dico che non si può non apprezzare ancora di più la figura di Dino Zoff, la sua sobrietà, la sua dignità, il suo essere serio ma non serioso, il suo parlare poco e fare molto, il suo vergognarsi per una parata troppo plastica o per uscire da una discoteca quando gli operai stanno per entrare in fabbrica. Un signore in campo e fuori, Dino Zoff, amato e rispettato anche dai non juventini, il che è tutto dire. 

Sarò scontato e banale e forse anche antiquato e noioso e retorico, ma come non essere affezionati a quella partita di scopa con Pertini, Causio e Bearzot? Come non amare quella foto con la coppa sul tavolo che ci fa ricordare che noi italiani possiamo essere al tempo stesso onesti, lavoratori e vincenti?  Quella foto che sa di tabacco da pipa, di pane e salame, di vino buono, di osteria. Dalle parti di Gorizia ce n’è tante, buone. Una delle mie preferite, ci andavo spesso anni fa, il Mulin Vecio a Gradisca d’Isonzo, un quarto d’ora in bici da Mariano del Friuli: il prosciutto cotto col cren era d’obbligo, se no bastava un uovo sodo con un tocai della zona, sublime. Qualcuno mi dice che col successo la qualità del locale è calata, chissà se è vero. Il tempo passa, le cose cambiano. Oggi si festeggia a Dubai, non in osteria. Le immagini pasoliniane di Dino Zoff che lavora la mattina in officina a Gorizia e il pomeriggio va ad allenarsi a Udine appartengono ad altri tempi. Non è detto che sia un male. Di certo, il successo non ha cambiato Dino Zoff. Era, ed è ancora oggi, una bella persona. Buon compleanno, Dino.