Cattivi ragazzi

Cattivi ragazzi

A leggere i giornali, che stanno centellinando le uscite delle intercettazioni per creare il giusto clima attorno a questa inchiesta, la Juventus è stata amministrata da una associazione a delinquere. Sarà così? Forse sì, forse no, lo scopriremo nei processi che ci daranno le sentenze. Ma c’è qualcosa che trascende tutto questo polverone, qualcosa che su queste pagine raccontiamo da tempo.

Confesso che leggere quegli stralci di intercettazioni telefoniche, anche volendo considerare il taglia & cuci che fanno i giornali e l’assenza del contesto più ampio, fa davvero un brutto effetto. Ne emerge una situazione generale piuttosto preoccupante su più piani, incluso quello oggetto delle inchieste, ovvero la presenza di reati. Ma, dicevo, c’è qualcosa che trascende.

Facciamo finta per un attimo che non ci sia l’inchiesta, e che non abbiamo letto nessuna intercettazione telefonica. Rimangono comunque dei fatti incontrovertibili. Il dato importante è il profondo rosso del bilancio, qualcosa di abnorme e osceno, considerate anche le due ricapitalizzazioni per un toltale di circa 700 milioni di euro. Alla pandemia possiamo imputare a occhio un centinaio di milioni [e scusatemi se non sono preciso], ma il resto?

Che la gestione di Paratici fosse stata dissennata lo avevamo notato da un pezzo, e le parole di Cherubini e gli altri intercettati non aggiungono nulla, per quanto mi riguarda. Così come il fatto che il monte ingaggi fosse schizzato oltre ogni ragionevolezza. O che le scelte dell’area sportiva sono state discutibili, e hanno via via abbassato il livello tecnico della squadra. E poi c’è il valore del club.

Qualcuno dice che si è passati da 1 miliardo e 700 milioni dell’era delle due finali di Champions, a un’attuale e striminzita stima di 700 milioni. Non so se sia effettivamente così, e anche il meccanismo delle plusvalenze post-Ronaldo era una evidente forzatura agli occhi di tutti. Però non ci voleva un’inchiesta per capire una cosa semplice, e cioè che questa società è stata gestita in modo pessimo.

Ma dove siamo partiti? La Juventus dell’era Cardiff aveva sfondato il tetto dei 500 milioni di fatturato, e avvicinava le grandi d’Europa, in Italia aveva un gap gigantesco con le rivali, era dominante sul mercato domestico dove scippava Higuain e Pjanic alle dirette concorrenti pagando le clausole, e si era ricostruita una reputazione in Europa scalando il ranking Uefa.

Trattata alla pari delle big, Agnelli era presidente dell’Eca e stretto amico nel numero uno di Uefa, quel Ceferin che oggi gongola a vedere le nostre disgrazie. Insomma si era a un passo dal diventare il Bayern Monaco d’Italia. Come abbiamo fatto ad arrivare ad oggi, partendo da una posizione di forza come quella, è qualcosa che andrebbe spiegato. Perché è un paradosso sconcertante.

Nel corso di 5 o 6 anni si è depauperato un patrimonio importante, sia sul piano sportivo che economico. Hanno smontato e fatto a pezzi la società. Demolita. Come è potuto accadere? Quella che segue è solo una ricostruzione sentita più volte, e che forse ha una sua logica. La Juventus aveva raggiunto il tetto, perché in Serie A non arrivi a fatturare 800 milioni per pareggiare le giganti d’Europa e giocartela con loro, oltre quei circa 500 non si andava, con quel prodotto.

Ed è lì che cominciano gli azzardi, le scommesse e il delirio di onnipotenza di Agnelli, che fino a quel momento non aveva sbagliato una mossa. Si pensa che Ronaldo sia la soluzione, per vincere la Champions, sì, ma anche e soprattutto per dare ulteriore prestigio al brand e aumentare i ricavi, da sponsor, merchandise e altro. E in effetti è così, tuttavia a vanificare gli effetti benefice c’è il fatto che il suo arrivo coincide con l’allontanamento di Marotta.

Lungi da me difendere o rimpiangere Beppe, ma è chiaro che quella dirigenza, con quelle attribuzioni di responsabilità, funzionava, mentre la concessione dei pieni poteri a Paratici – palesemente inadeguato – è stato un errore di gravità spropositata per un presidente che per prima cosa dovrebbe saper scegliere bene i propri collaboratori. Il delirio di onnipotenza.

Agnelli ha creduto da un certo punto in poi, di potersi permettere tutto, di fare e disfare a suo piacimento, di gestire tutto sulla base delle amicizie e la combriccola dei cattivi ragazzi del giovedì. Il nuovo assetto societario e l’acquisto di Ronaldo, oltre a non farci vincere la Champions, sono le prime due mosse che mettono i conti della società sotto pressione e innescano il meccanismo delle plusvalenze. Nel mezzo ci sono anche figuracce in mondovisione come il caso Suarez.

L’altro azzardo che nasce dalla stessa motivazione, è la Superlega, che ha portato il nostro presidente dall’essere stimato e apprezzato in tutta Europa, ad essere ridotto a paria. Bruciato tutto il potere, tutta la stima e tutta l’autorevolezza di cui godeva nel giro di una notte che tutti ricorderemo a lungo. L’arrivo della pandemia è solo la ciliegina sulla torta in questo contesto già profondamente malato e claudicante.

Agnelli ha creduto di giocare la sua partita come al casinò, certo di vincere fino a impegnare la casa per coprire le perdite, la più classica delle idiozie. Voleva tutto e subito, inebriato dai successi, era convinto di poterlo fare, e ha scelto l’azzardo in luogo della strategia, della programmazione. La frenesia al posto della pazienza. E questi sono i risultati.

La sua prima gestione resta alla storia insieme ai titoli e i record, e tutti gliene saranno per sempre grati, ma da un certo punto in poi, nulla è andato come sarebbe dovuto andare. Qualunque sarà l’esito dell’inchiesta, ci dirà solo se i cattivi ragazzi che stanno ogni giorno sui giornali, hanno commesso dei reati. Ma il fatto che abbiano distrutto la Juventus, lo sapevamo già.

E torno al principio. Facciamo finta che l’inchiesta non esista, che non ci siano intercettazioni, né plusvalenze o manovre stipendi. Resta un fatto che la Juve di oggi è debole, sul piano sportivo, sul piano economico e sul piano politico, ovvero tutto il contrario di come si stava circa 6 anni fa. E questo bastava per chiedere un rinnovamento, senza scomodare i magistrati.